Morto ammazzato

Frequentavo l’ultimo anno di liceo, quando scrissi questo breve racconto. Non ricordo esattamente il giorno, ma so per certo che fosse notte. Ci sarebbero tanti dettagli da correggere, ne sono consapevole, ma in questa prima occasione vorrei proporvi il testo nella sua stesura originale, un flusso di coscienza frutto di cene cui ho assistito, che ricordo con precisione anche dopo sei anni di vita!

E cadono quelle pesanti chiappe sulla seggiola in legno, che scricchiola allo schianto del flaccido grasso stagionato; le salsicce s’aggrappano a uno straccio di tovaglia, tosse grassa riecheggia e tintinnano pesanti forchette di ciò che un tempo fu argenteo. Ed ecco che ancora gracchia il legno sotto la lurida epidermide, che lenta sbuca dai pantaloni sgualciti. Si corrode d’un fetido aroma il compensato e lui, soffocato dal lardo, tenta di gridar – Bredoteau! – che s’aggira per le cucine con un mezzo fagiano ripieno. Accorre alle grida strozzate del padrone stanco. – Bredoteau! – Geme di sconforto il gallinaccio. Ma eccolo il mezzo fagiano ripieno. Affondano le salsicce nel vecchio argento che s’aggrappa al ripieno con affanno. E nel lardo si rovescia l’uccello ripieno, che ringrazia d’esser morto ammazzato per mano di un’ascia affilata, piuttosto che di lardo affogato.

– Bredoteau il vino, Bredoteau! – zoppica sui suoi stessi respiri, sbuffi d’aglio e macinato macchiano il soffitto, che le sembianze di un porco di città sembrano lentamente prender forma mentre lì in basso si consuma la tenera carne ripiena del fortunato fagiano. Cola lento sudore sulle tempie rosee, ecco che s’adagia su un’ispida basetta, ora scivola lento sull’epidermide, che molliccia s’accascia, morta suicida e impietosa.

Poi ancora, la flaccida carne si ripiega sul compensato e i braccioli della vecchia seggiola traballano violentemente, mentre la pelle continua a colare come melma. Se uno straniero entrasse in quel buio soggiorno non vedrebbe che del grasso maldestramente insaccato in vestiti pretenziosi, nel vano tentativo di tenersi in piedi e stagionare.

Consumato il sacro pasto, si sollevano sbuffi fetidi, di cui l’autrice non osa specificarne lo sfintere creatore.

Poi d’un tratto la bestia si alza dalla seggiola e interrompe quella misera tortura per correre a quello che molti esseri umani stanchi di perifrasi e galateo definirebbero “il santo cesso”.

La porta s’apre da sola tutta d’un fiato, forse trattenendolo, ed ecco che le regie chiappe s’adagiano sul trono in ceramica. Poi un sospiro, ed ecco che il fagiano spicca il volo liberando la sua anima al sacro rito di ciò che la vostra autrice ancora una volta non osa nominare.

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Sono nata in Sardegna nel 1995. Armata della mia Olivetti Lettera 25 e di una vecchia Fujifilm analogica, mi appassiono fin da piccola di scrittura e fotografia. Sono laureata in Scienze politiche, Relazioni internazionali e Diritti umani. Nel 2018 mi trasferisco e studio in Polonia presso il Centre for European Studies della Jagiellonian University di Cracovia. Dal 2019 vivo in Giappone e studio presso la Graduate School of Law della Kobe University. Mi occupo di diritto costituzionale e diritti umani, su The Bottom up di politica estera del Centro-Est Europa e Asia.

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