20 minuti

kyoto in solitudine

Le porte stanno per aprirsi e noi, come maratoneti carichi di ansia, zaino in spalla e sudore sulla fronte, siamo pronti a volare verso la fermata del bus che ci porterà alle 48 cascate di Akame, nella prefettura di Mie (per intenderci, a circa 2 ore da Osaka). Quasi come se un vecchio coach giapponese stesse alle nostre spalle spaccandoci i timpani con un fischietto, appena le porte si aprono balziamo sulla linea gialla, ci fiondiamo verso le scale sulla destra, prepariamo la carta ICOCA per timbrare il biglietto elettronico ed eccoci, di fronte ad un vecchio (ma proprio vecchio) negozio Panasonic e alla nostra sinistra diverse fermate del bus. P. e J. hanno pianificato tutto per bene, belli e felici, da bravi giapponesi d’adozione ci mettiamo in fila per aspettare l’autobus.

Ad un certo punto, un piccolo gruppo di turisti giapponesi perfettamente attrezzati per il trekking iniziano a confabulare vicino a noi, e J. che conosce meglio il giapponese inizia a sghignazzare. Vediamo i quattro giapponesi andare al negozio della Panasonic, con tabella degli orari del bus, google maps sul telefono e orologi al polso.

L’avrete capito, insomma. Il bus non sarebbe passato. Niente corse per le cascate di Akame in giornata.

Ci aspetta un’oretta di camminata, sotto un sole di maggio che pavoneggia come se fosse luglio, campi di riso, libellule che accompagnano tutta la mia permanenza in Giappone (buon segno, lo dico sempre) e scandite battute sui bus, ogni volta che incontriamo il cartello che segnala la fermata letteralmente in mezzo al nulla.

Non vi racconterò dei cervi che abbiamo avvistato tra le colline, della immensa galleria di alberi che ad un certo punto ci ha protetto dal sole, dei tempietti buddhisti e shinto che guidavano e proteggevano il nostro sentiero e neanche dell’apparizione di alcune casette in stile scandinavo di cui ancora non capisco il senso.

Quello di cui vi parlerò, sarà di un’apparizione che sa di terrificante, geniale e meticolosamente realistica.

Appena passata la galleria verde, dopo circa 4 kilometri di cammino, sulla sinistra J. scorge delle persone intente riposarsi, pescare e chiacchierare tra loro. Un bambino è intento ad arrampicarsi su una piccola struttura, supervisionato da un uomo, un signore anziano legge il giornale, un cane dormicchia li vicino e due signori bevono sake seduti di fronte a un piccolo tavolo bianco.

Ci sembra una scena surreale, forse perché la location scelta per quella strana festa (mi sento di darle questo nome) era una sorta di isola erbosa separata dalla strada da un canale molto profondo e largo, in cui sarebbe passata una piccola barca, se non fosse stato in secca.

Non mi piace intrufolarmi negli affari degli altri, ma quella scena mi incuriosisce così tanto che prendo la macchina fotografica dallo zaino per osservarli meglio.

Avete presente quando sgraffignate una mandorla dopo l’altra mentre vostra nonna fa i dolci (indovinate quali), ma il karma agisce e finite per dare un bel morso all’unica amarissima mandorla del sacco da 3 kili?

La mia espressione è stata più o meno quella.

Erano tutti spaventapasseri. Saranno stati cinque, nella mia testa erano migliaia di mostri di paglia con vestiti di uomini, donne e bambini, cane al guinzaglio, tavolino in plastica, sedie sparse, canne da pesca tutto si rivela una . L’arte di spaventare i corvi si è forse evoluta nell’arte di spaventare qualsiasi estraneo errante in zona?

Mostro agli altri la foto, e scoppia una gran risata.

Non so quanto tempo spendiate ad ammirare un quadro al museo, o quanto tempo dedichiate ad ammirare un paesaggio da togliervi il fiato. Noi, in una giornata meticolosamente pianificata al minuto abbiamo perso un autobus, fatto quasi 40 kilometri in un giorno e speso ben 20 minuti a ridere di fronte agli spaventapasseri più terrificanti della storia del Giappone.

Un fatto è certo, in quel prato erboso, nessun corvo osava metter zampa. Noi invece ridiamoci su.

(Sono tornata)

Cristina

Pubblicato da

Sono nata in Sardegna nel 1995. Armata della mia Olivetti Lettera 25 e di una vecchia Fujifilm analogica, mi appassiono fin da piccola di scrittura e fotografia. Sono laureata in Scienze politiche, Relazioni internazionali e Diritti umani. Nel 2018 mi trasferisco e studio in Polonia presso il Centre for European Studies della Jagiellonian University di Cracovia. Dal 2019 vivo in Giappone e studio presso la Graduate School of Law della Kobe University. Mi occupo di diritto costituzionale e diritti umani, su The Bottom up di politica estera del Centro-Est Europa e Asia.

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