Sinapsi in poliestere

Seduta sul pavimento, con la schiena ricurva vicino al letto, scribacchia qualche nota ai margini di una pagina logora, quasi parafrasando le parole della sera prima, rigettate sul foglio e accartocciate con rabbia subito dopo. Rievoca gli anni adolescenziali, di emozioni che sgorgano impazienti, di grafite che solca, violenta, cellulosa impastata, da stracciare e riscrivere con arroganza mista ingenuità. Spreme con insofferenza muse e cicli karmici di scorta, senza tuttavia raccattare nulla, sulla superficie di quel laminato tarmico.

Rigira la penna tra le dita fredde, prende la sciarpa, piegata alla rinfusa sulle lenzuola di cotone, ci si avvolge, nascondendo il volto, lasciando cadere taccuino e penna a terra. Sospira lentamente, adagiandosi sul vuoto di un animo stanco, nel rimpianto dei secondi che la trascinano sempre più lontano da memorie ormai cristallizzate e idealizzate. Si stringe forte tra le braccia, rattoppando ogni spiraglio con la sciarpa, rifugiandosi in una caverna senza luce né aria; quando poi, allunga una mano verso il taccuino e ancora, col viso coperto di poliestere, lo lancia contro la finestra.

Sfila con impazienza la sciarpa, lasciandola scivolare sul laminato e guarda le pagine arricciate sotto la copertina rigida del quaderno. Senza più quel febbricitante ingarbugliarsi di sinapsi, frenetico e impaziente, senza quel ribollire di emozioni, restano solo piccoli rami rinsecchiti, sotto un sole impietoso, di rigore e obbedienza meccanica.

C.

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