Proverbi sardi a modo mio

Ricordo di un vecchio libro che lo zio francese mi regalò diversi anni fa sulla grammatica sarda logudorese. Per chi non sapesse cosa sia il Logudoro (che tra l’altro Google segnala come errore), si tratta di un territorio della Sardegna centro-settentrionale in cui si parla un dialetto sardo specifico, il logudorese appunto.

Ammetto di non essere affatto esperta di lingua sarda, ma da diversi anni (sarà la lontananza, sarà che mi mancano tremendamente papassini e panade*) ho cercato di riprendere la mia lingua madre, che si è rivelata estremamente utile, sia nell’apprendere le lingue straniere, ma anche nel non farmi comprendere da chi mi stesse attorno e poter conversare amabilmente con mia madre di insonnia cronica e nemici giurati (soprattutto di nemici giurati, ma sorvoliamo).

Ecco, in modo del tutto casuale, nasce l’idea di creare una piccola rubrica di “proverbi sardi a modo mio” in cui, col mio fare giocoso e tragicomico vi racconto di ciò che mi passa per la testa.

Iniziamo / Incominzamus



Per la prima puntata di “proverbi sardi a modo mio”, credo di aver scelto quello che più mi si addice. Un’adolescenza passata a strappare pagine di diario forsennatamente e a cancellare un intero blog da 50 mila visualizzazioni annue, per la sola perenne insoddisfazione cosmica del lavoro prodotto.


Ho iniziato solo di recente a esercitare la pratica ascetica del mantenere intatti taccuini e siti web, con uno sforzo mentale e fisico che neanche un Jedi.


Il lavoro si porta dietro la nostra stratificazione intellettuale e personale e matura soprattutto grazie a quegli errori che vorremmo semplicemente debellare salvando il progresso immacolato. Gettando via, invece, digressioni, distrazioni, errori di considerazione e convinzioni immature, paradossalmente, impediamo a noi stessi di crescere.


Un’altra considerazione, che credo sia importante quando si parla di lavoro, è il modo in cui questo viene portato avanti. Mi spiego meglio. Ho visto molte persone nella mia vita mistificare i propri risultati, magnifici e grandiosi, tuttavia ottenuti corrompendo quella sacralità che a mio parere il lavoro dovrebbe avere – dal quello citato dalla Costituzione, al lavoro puramente intellettuale -, che viene spesso raggiunto attraverso “scorciatoie” di vario genere: dalla scopiazzatura creativa, alla frode, tanto per estremizzare il concetto. Ecco, sono convinta che lavori di questo genere possano tranquillamente finire in un tritarifiuti.


Scrivo queste parole con decisione perché credo che le azioni dell’individuo abbiano sempre un risvolto sociale. Ciò che fai, ha sempre delle conseguenze, per te stesso e gli altri. Quando mi si diceva “vedrai, oggi quella persona ha imbrogliato, ma verrà scoperta prima o poi e non farà molta strada“, avevo cucita addosso quell’intaccabile speranza che il mondo fosse fatto di ossigeno e giustizia, ma poi mi son resa conto che forse a scarseggiare oggi non sia solo l’ossigeno, e che chi imbrogliava continua a farlo ancora oggi, indisturbato.

Ma tu, saggio lettore, ricorda sempre:


De su trabagliu fattu non ti nde pentas mai
Del lavoro fatto non ti pentire mai

C.

*panade, tipiche “tortine” ripiene di carne, pesce o verdure. Su quale sia la città natale si dibatte ancora molto nell’isola. Quelle che preferisco, comunque, sono prodotte a Oschiri, paese della Gallura.

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