Proverbi sardi a modo mio – episodio 2

Proverbi sardi a modo mio 8

Per questo secondo appuntamento della rubrica “Proverbi sardi a modo mio”, ne ho scelto uno imparato da poco, che ritengo però molto efficace.

La coscienza è come il solletico, c’è chi lo teme e chi no.

L’aneddoto

Più di vent’anni fa ormai, piccoli scalmanati dalla chioma spettinata giocavano tra le poltrone in pelle del salotto dei nonni, trasformandosi in agenti segreti e pirati, trascinandosi per le mattonelle in marmo in competizioni olimpioniche del passo del lombrico e, inevitabilmente, intrattenendo il vicinato con schiamazzi e risate. Si giocava anche con gli zii, spesso mio padre, campione di risate classe Polo Nord, che faceva volare per il soffitto del salotto i più piccoli, trasformatisi in rumorosissimi elicotteri felici. Tra un elicottero e un lombrico, arrivava però il momento di “su gori gori”, che da piccola pronunciavo così, tutto d’un fiato, come se fosse una sola parola. Su cori-cori era il solletico, e i cugini più grandi o altri zii/zie si divertivano a digerire il pranzo epico della nonna, rincorrendo i più piccoli attorno al divano, gridando la fatidica minaccia – su cori-cori! – come ad invocare il demone del solletico. Quasi sempre, il pargolo iniziava a rallentare o sbagliava direzione nel panico più totale, e l’appena inventato demone Su Gori Gori, antico mostro sardo portatore di solletico e risate (più grida che altro) ti faceva il solletico finché la nonna non gridava dalla cucina di smetterla – finindela! (finitela!)

La riflessione

Questo nostalgico ricordo di famiglia, mi porta a riflettere più a fondo sul proverbio che ho scelto per questo tardo episodio della rubrica. La coscienza. Credo che al mondo ci siano molte persone, molti adulti, che la temono, come io temevo “su cori-cori” da piccola e fuggano come forsennati da sé stessi. Fuggire dalla propria coscienza che mai vorrà dire? Io credo che c’entri molto con le responsabilità, non solo sul lavoro, non parlo unicamente di doveri sociali, ma anche e soprattutto di cura dell’io, della propria integrità morale. Temere la coscienza, significa temere di riconoscere i propri limiti ed errori, ma forse oltrepassato questo pregiudizio sono proprio quegli errori a farci scoprire chi siamo. Ricercare una vita anestetizzata, perseverando nel limbo di un piacere capriccioso e precario non può considerarsi vita.

Temere la propria coscienza, senza farci i conti, senza fare i conti con noi stessi, in parole povere, significa rifiutare quei limiti, quelle nostre storture, e diventare nient’altro che un’ombra aggrinzita di noi stessi.

Sa consientia est qu’et i su cori-cori, quie lu timet e quie no.
La coscienza è come il solletico, c’è chi lo teme e chi no.

Cristina

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Sono nata in Sardegna nel 1995. Armata della mia Olivetti Lettera 25 e di una vecchia Fujifilm analogica, mi appassiono fin da piccola di scrittura e fotografia. Sono laureata in Scienze politiche, Relazioni internazionali e Diritti umani. Nel 2018 mi trasferisco e studio in Polonia presso il Centre for European Studies della Jagiellonian University di Cracovia. Dal 2019 vivo in Giappone e studio presso la Graduate School of Law della Kobe University. Mi occupo di diritto costituzionale e diritti umani, su The Bottom up di politica estera del Centro-Est Europa e Asia.

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