Proverbi sardi a modo mio – episodio 3


Questo proverbio si lega sempre al tema del lavoro e dell’impegno, e non è certamente l’unico in merito, nell’immensa schiera di proverbi della lingua sarda e non solo. In questo caso il riferimento è chiaro: chi non si impegna da giovane, rimpiangerà di non averlo fatto quando sarà vecchio. Qui a mio parere emergono due aspetti: uno puramente materiale, chi non lavora avrà accumulato poche ricchezze e avrà messo poco da parte per la vecchiaia; un altro di carattere morale, infatti chi si impegna poco in ciò che fa, chi letteralmente dorme piuttosto che lavorare sodo in qualcosa che ama, senza magari neanche sapere cos’è che ama, è a mio parere la più grande disgrazia di un essere umano, diventare vecchio e non aver realizzato niente, non aver lasciato la propria piccola impronta su questo mondo (ormai mi conoscete, sapete che per me è un elemento importante).

Chi dorme in gioventù, piange da vecchio.


Insonna criptica pt. 2

L’aspetto più auto ironico di questo proverbio, dunque meramente ispirato alla mia esperienza personale, è proprio il “fattaccio” del dormire. Io e Morfeo non andiamo proprio d’accordo. Per questa ragione, soprattutto durante il periodo universitario, mi è capitato di passare intere notti a sfornare paragrafi o interi capitoli di tesi nel pieno delirio delle mie care e vecchie sinapsi, per poi crollare ai primi raggi di sole.

Leggo spesso di articoli e post online sull’essere produttivi, e mi capita di guardare video in cui ragazzi/e si svegliano alle 4 spumeggianti che neanche Jim Carrey con addosso The Mask. Ammiro chi riesce ad essere mattiniero, ma d’altra parte, ognuno sa esprimere il proprio Carrey ad orari diversi, chi alle 4 del mattino perché si è appena svegliato, chi alla stessa ora pur in procinto di andare a dormire.

Tutto questo ragionare per arrivare a un concetto semplice, trovare il proprio equilibrio in ciò che si fa, mantenendo costante quel pensiero, quel sogno che vogliamo assolutamente raggiungere, magari scrivendo il best seller del secolo, creare il primo paio di scarpe dopo mesi di apprendistato, scrivere il primo articolo retribuito per quel grande giornale con sede a Londra (ogni riferimento ad Al Jazeera è puramente casuale) e così via.

E con questo… beh arriva l’aneddoto dell’infanzia, che poco c’entra col proverbio, come sempre, ma che definisce bene la persona che sono diventata.

L’aneddoto

Se oggi posso considerarmi un’insonne certificata, devo solo ringraziare la mini me, che nella sua piccola verde culla di legno balzava come un grillo sprizzante d’energia a qualsiasi ora. Nel silenzio placido della notte, in un paesino in cui al massimo si può sentire qualche gatto amoreggiare, non ne volevo proprio sapere di chiudere occhio. Al contrario, la frenesia, le urla e risate dei parenti ai pranzi domenicali avevano un che di soporifero, che ancora oggi non mi spiego. Sicuramente l’energia che ancora oggi mi assale, letteralmente, alle due di notte deve essere legata a un qualche retaggio ancestrale di famiglia, insieme a un qualche lontano grado di parentela con Hitchcock, data la natura dei miei sogni.

Tirando le somme di questo episodio, che ovviamente finisco di scrivere alle 11 di sera, tocco spesso il tema del lavoro, così come viene spesso citato nei proverbi sardi, riflesso (spero) di una mentalità dedita all’impegno quotidiano e costante. Credo che, tralasciando il mio rapporto creativo con Morfeo, la qualità, oltre che quantità, del tempo che si dedica al lavoro onesto sia fondamentale per i noi del futuro, che ci guarderemo alle spalle e non potremo non essere fieri, non tanto delle ricchezze accumulate nel corso degli anni, ma di ciò che da giovani, prima impazienti e impertinenti, siamo diventati: un pizzico più saggi del giorno prima.

Chie dormit a pizzinnu pianghet a bezzu.

Chi dorme in gioventù, piange da vecchio.

C.

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