Maggiordomo d’arte – Episodio 2

Ogni giorno, il piccolo Attilio aspettava il suono della campanella della sesta ora. Infilava quaderni e libri alla rinfusa nello zaino e correva a perdifiato fino al vecchio palazzo del signor Lucchesi, in cui il padre lavorava come maggiordomo. L’unica cosa che Nazario Zetti avesse mai amato era la pulizia, l’ordine e il luccichio di qualsiasi superficie a lui visibile. Non c’era altro nella sua vita e chiunque si sarebbe chiesto che ci facesse con un figlio cui, a malapena, rivolgeva la parola.

Eppure, il piccolo Attilio correva, giorno dopo giorno: arrivava all’ingresso in legno massiccio del palazzo, che di giorno veniva lasciato socchiuso, s’intrufolava tra le ombre fredde dell’arco d’ingresso in pietra che dava sul cortile interno e si avvicinava quatto quatto al portiere del palazzo, seduto dall’altra parte del vetro, intento a scribacchiare su un foglio o a canticchiare tra sé e sé. Attilio ansimava, e con grandi sbuffi d’aria diceva al portiere:

– Quanti minuti oggi?

– Tredici, figliolo – ridacchiò il portiere – Se continui così, da grande farai il maratoneta!

Il piccolo Attilio avrebbe voluto rispondere, ma i suoi polmoni si ribellavano a qualsiasi tentativo di sforzo e ci rinunciò, sedendosi sul gradino della piccola porta in legno rosicchiata dal tempo della portineria per riprendere fiato. Da qualche settimana aveva iniziato a cronometrare quella corsa e ogni giorno si sentiva sempre un pizzico più veloce. Il portiere avviava il cronometro all’una e mezzo e i passi frenetici e chiassosi del ragazzo si sentivano fin dal parco.

Dopo pochi minuti, uscì uno degli aiutanti cuoco, intento a buttare in un grosso secchio gli scarti del pranzo del notaio. Vide Attilio e lo salutò col un gesto della mano, dicendo poi:

– Oggi ci sarà da aspettare ragazzo, il notaio è in crisi! Faccio dire a tuo padre che sei arrivato!

Nel frattempo, al quarto piano del palazzo signorile, Nazario Zetti indossava un sottile orologio di pelle, regalatogli dal padre al suo diciottesimo compleanno. Uno dei suoi più grandi pregi era la puntualità. Tuttavia, quando il signor Lucchesi dava una festa, tutto il palazzo sembrava rivoltarsi sottosopra, e tutti quegli angoli, minuziosamente nascosti tra una cassettiera di fine ‘700, tende pesanti qualche tonnellata e finestre alte tre metri, sembravano letteralmente tossire chili di polvere, che il povero Nazario eliminava ossessivamente dalle prime luci dell’alba.

Attilio era convinto che troppa pulizia facesse male al padre, non solo alle mani ormai rugose e piene di sfoghi, ma anche all’animo. Una mania, più che un lavoro, che si portava dietro anche nei sogni più profondi. Però, una cosa piaceva ad Attilio, pranzare col padre. Ogni giorno, alle due e mezzo, i due s’incamminavano verso il parco, con due piccole scatole di latta tenute insieme tra loro da una cinghia, che Nazario portava in mano. Superavano il viale dei pini per arrivare a un piccolo prato circolare ai lati del quale erano disposte diverse panchine in ferro battuto. Si sedevano sempre sulla stessa panchina, quando non pioveva, e mangiavano insieme il pasto modesto che il padre aveva preparato la sera prima. Quegli attimi, in cui anche infilzare la forchettina in una patata bollita sembrava infrangerne il religioso silenzio, un evento estremamente raro poteva accadere: che il padre facesse qualche domanda al figlio. Attilio si teneva pronto per quei momenti e trepidante aspettava che lo sguardo del padre incontrasse il suo e che quell’uomo alto e ossuto prendesse finalmente coraggio per sapere della giornata del figlio e delle sue bizzarre idee sul mondo.

Ma quella mattina, come accadeva almeno due volte al mese, il notaio entrò nel salotto del quarto piano con aria isterica, inveendo contro i lasciti di un piccione sul davanzale in marmo di una delle finestre.

– Zetti, pulisca quel lerciume! E, per carità, lavi quei vetri! – urlò il notaio uscendo di nuovo dalla sala.

Quattro piani più in basso invece iniziava la pausa a pranzo del portiere, che abbassò una piccola tendina bianca e ricamata sul vetro della portineria e uscì poco dopo da quei tre metri quadri di ufficio, sgranchendosi le gambe. Rivolse uno sguardo ad Attilio e gli offrì gentilmente del pane e formaggio.

– In attesa che arrivi tuo padre – gli disse invitandolo ad accettare.

Il portiere aprì il portone d’ingresso e invitò il piccolo a prendere una boccata d’aria. Si sedettero sul lato opposto della strada, vicino a una bicicletta arrugginita.

– L’ho comprata per pochi spicci in un negozietto qui vicino, non so come faccia a reggermi, grande e grosso che sono, ma fa il suo dovere… –

Attilio ridacchiò e continuò a mangiare molto lentamente il suo pezzo di pane e formaggio. Sollevò lo sguardo, scrutando le finestre del palazzo signorile del signor Lucchesi, quasi con la speranza di intravedere il padre indaffarato a correre da una parte all’altra per soddisfare le richieste del padrone. Lo vide, al quarto piano, intento a strofinare con un panno il vetro della finestra, già lucido.

Poi l’urlo, il tonfo e l’inizio di questa storia.

C.

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Un pensiero riguardo “Maggiordomo d’arte – Episodio 2

  1. c’è una bell’aria qui, in questo legame taciturno tra padre e figlio, almeno finchè non capitino tragedie.
    Ho iniziato a leggere L’isola di Arturo della Morante, dove c’è un simile rapporto padre-figlio, anch’esso silenzioso e tenace.
    ml

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