Proverbi sardi a modo mio. Episodio 6

Proverbi sardi a modo mio 8

Il corpo che non dorme, si alza (dal letto) malato

Per il nostro sesto appuntamento coi proverbi sardi, torniamo a un tema fin troppo caro a questo blog: l’insonnia.

Questo proverbio mi ispira particolarmente, ricordandomi un aneddoto di quasi dieci anni fa. Vivevo ancora in Sardegna, studiavo al liceo e avevo un rapporto così stretto con l’insonnia da far invidia a un poeta e la sua musa. Prima di avventurarci nei miei ricordi, vorrei fare una breve riflessione, nata da una considerazione fatta in un vecchio post dedicato all’insonnia.

La riflessione

Ogni essere umano ha le proprie inclinazioni, i propri vizi e le proprie virtù. Sappiamo già o stiamo ancora imparando a riconoscere il momento della giornata in cui siamo più produttivi: forse lo sfruttiamo già al meglio, al mattino. Se invece siamo nottambuli, la questione si complica, perché le nostre celluline grigie (cit.) all’una di notte in punto prendono vita e, zampillanti tra un pensiero e l’altro, risolverebbero la questione della pace nel mondo, porrebbero fine alle discriminazioni sociali e di genere in due ore e scalerebbero l’Everest con la facilità con cui da piccoli si corre dietro al pallone. In questo caso, ho imparato ad adattarmi (insomma, sto imparando), a organizzare e pianificare entro la mezzanotte la mattinata seguente e, letteralmente, darmi istruzioni sul da farsi. Poi, e qui arriva il bello, quando arriva il weekend o quando si è in vacanza, addio giorno e benvenute luce soffusa, camomilla e musica jazz.

E voi, siete nottambuli o mattinieri?

L’aneddoto

Un tiepido vento soffiava sulle erbacce cresciute tra lastre di pietra centenarie, un gatto inseguiva la sua ombra sotto un lampione e qualche giovane zanzara si avventurava in cerca di una finestra senza zanzariera. Piccoli rumori impercettibili del mondo esterno, che quasi conciliavano il sonno di mezza estate di decine di anime stanche, chi dal lavoro, chi da un’infinita battaglia al salto con la corda.

Non io.


Io sedevo con la schiena ricurva sul letto, ribollendo in un vortice di pensieri che cucinavano a puntino le mie care vecchie sinapsi, esattamente come un uovo in camicia, il cui tuorlo decide di liberarsi dell’albume per diventare una melma gialla e informe.
Dopo quattro ore di meditazione, trenta pagine di diritto pubblico, un intero album di Elisa Toffoli di inizio millennio e video di gattini che rotolano, Morfeo si faceva ancora attendere, finché non decisi di fare l’unica cosa che effettivamente funziona contro l’insonnia: arrendersi e scrivere.

Alcuni dei post che leggete qui su A Pinecone Story (e altri in arrivo) sono proprio frutto di quelle notti di resa al potere dell’insonnia, in cui anche le mie melmose sinapsi trovavano la pace interiore, creando bizzarri personaggi e perfette metafore della mia vita di scrittrice nottambula.
Il bello di questo piccolo aneddoto deve però ancora arrivare.


Erano ormai le sei del mattino e i primi coraggiosi raggi di sole davano il buongiorno al gallo del vicino, che iniziò a cantare con una certa foga, finché il padrone non gli lanciò la solita scarpa. Le mie capacità mentali non erano mai state a livelli così miserevoli, quando ad un tratto, hic, degna di un fumetto di Paperino, iniziai a hic singhiozzare a un ritmo sempre più hic incalzante e rumoroso. In un moto incontrollato di hic euforia (che hic sapete non ha niente di positivo) iniziai a ridere a crepapelle e singhiozzare, che avrei potuto buttar giù una casa in cemento armato con la sola forza di un hic, se solo non avessi svegliato di soprassalto mia madre, che con la sua chioma riccia e uno sguardo da fendere una lastra in acciaio spuntò alla porta:

– Ma si può sapere che cavolo stai facendo?


Il singhiozzo misto a risata era così forte da aver coperto i suoi passi. Mi spaventai così tanto da sentire un tonfo al cuore, sebbene il tonfo lo fece il mio sedere, sul pavimento, e la mia testa, sul comodino, ritrovandomi a terra e frastornata da insonnia, singhiozzo e una pessima condizione fisica, degna di questo proverbio.

E fu così che il mio fragoroso singhiozzo smise di scuotere le fondamenta della casa e feci un lavoro più efficiente del gallo, nel svegliare metà vicinato.

E le vostre esperienze col singhiozzo? Fatemi sapere qui sotto con un commento!

Al prossimo episodio,

C.

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