Proverbi sardi a modo mio. Doppio episodio

I proverbi, si sa, sono lo specchio di una società. La vita quotidiana e sociale di uomini e donne si sedimenta in queste piccole perle di saggezza anno dopo anno, borgo dopo borgo, famiglia dopo famiglia, intrecciando i fili di un’eredità morale che giunge a noi, anche se spesso tendiamo a ignorare gli insegnamenti del passato, ridendoci su, come si ride di una commedia, poi dimenticata qualche ora più tardi.
Con questa piccola rubrica, arrivata ormai al suo sesto episodio, spero di far crescere in voi, cari lettori, la curiosità di saperne di più su una società e un popolo spesso bistrattato, la cui storia imponente giace sotto cumuli di terra dimenticati da tutti, anche da coloro che quella Storia (con la S maiuscola) dovrebbero tutelarla.

Lasciando stare le mie solite digressioni, che fosse per me durerebbero ore, torniamo al nostro proverbio. Anzi, ai nostri due proverbi della settimana. Tutto nasce dal ricordo di un aneddoto che questa volta rispecchia fedelmente il significato di entrambi i proverbi, che rappresentano due fasi di una piccola storia che riguarda quella piccola peste della mini me.

Sono i seguenti:

Il giuramento è per occultare il furto

Non è possibile nascondere un peccato che il tempo non riveli.*

L’ANEDDOTO

La mini me giocava spensierata coi cugini, nel seminterrato della casa dei nonni. C’era un grande camino a legna, un tavolo lunghissimo e un mucchio di cianfrusaglie accumulate nel corso dei decenni, accatastate ordinatamente e riposte in diverse scatole e cassetti che circondavano una piccola tv a forma di cubo. Tenevamo la luce accesa, perché la finestrella che dava sul giardino sul retro era troppo piccola per far passare abbastanza luce da vederci, ed era ricoperta da una fitta zanzariera impolverata dal tempo.

Erano circa le tre, alla tv davano un cartone animato giapponese e il volume era così alto che quasi riusciva a coprire le nostre grida, mentre ci rincorrevamo da una parte all’altra del tavolo. Su quel tavolo, zie, mamma e nonna preparavano i dolci, che poi venivano cotti nel forno a legna, dai papassini alle tiricche. In quel forno ogni tanto cuocevamo le pizze fatte in casa, farcite con qualsiasi cosa ci fosse a portata di mano, e il frigo della nonna era sempre stracolmo.

Quel pomeriggio di mezza estate, però, continuavamo a urlare come assatanati, io per prima, e a fare davvero un gran baccano. Nella frenesia del gioco, presi uno degli imbuti di plastica che la nonna usava durante la preparazione della passata di pomodoro fatta in casa, e iniziai a rincorrere uno dei cugini, tentando poi di usare l’imbuto come cappello, cercando di infilarmelo in testa con una tenacia da farmi invidia ancora oggi. Ovviamente non ci riuscii, anche perché continuavo a provarci nel bel mezzo della corsa, quando a un certo punto mi infilai sotto il tavolo, provando chissà come di allargare la plastica del mistico cappello delle Lande (cit.) come se fosse fatto di tessuto elasticizzato, e quello inevitabilmente si spaccò poco dopo. Avevo insistito troppo.

L’imbuto comunque manteneva la sua forma, e a un occhio poco attento, quella frattura ricurva sarebbe stata poco visibile. Uscii silenziosamente da sotto il tavolo, poggiai delicatamente l’imbuto sul ripiano e tornai a giocare coi miei cugini come se niente fosse. Diversi minuti più tardi, una delle zie, madre di uno dei miei compagni di schiamazzi, scese nel seminterrato. Il lungo tavolo da pranzo era di un bianco immacolato, non fosse stato per quella macchia tonda azzurra sul bordo del tavolo. “Sapete che vostra nonna non vuole che si tocchino i suoi attrezzi!”, ma quando lo prese in mano, non le ci volle mezzo secondo per capire che l’imbuto fosse stato rotto.

Giustamente i tre cugini presenti negarono di averlo rotto e io feci lo stesso, col timore di essere rimproverata da zia, nonna e madre, non appena fossi tornata a casa. nella confusione dei cugini che si azzuffavano tra loro, azzardai a giurare di non esser stata io e la questione non andò oltre. Si trattava di un vecchio imbuto, non troppo bello, certamente utile, ma facilmente rimpiazzabile e in quel momento non mi sentii affatto in colpa, anzi mi sentii sollevata.

Una bugia, per coprire il misfatto. Ma poi? È qui che arriva la seconda parte dell’aneddoto e anche il secondo proverbio della serata.

Se nessun peccato può nascondersi dal tempo rivelatore, il mio tempo non ci mise molto ad agire e infatti quella notte non chiusi praticamente occhio. Non riuscivo a capire perché, sebbene il mio gesto non avesse avuto conseguenze, se non una breve sgridata a uno dei cucini, continuassi a rimuginare sul mio aver mentito, lasciando che la zia se la prendesse per quei due minuti scarsi col figlio che non aveva fatto nulla, se non schiamazzare e correre da una parte all’altra, come qualsiasi altro bambino in piena estate.

Il mattino dopo, mia madre mi vide pensierosa, e non fece neanche in tempo a finire di chiedermi perché avessi quella faccia, che le raccontai quello che per me era un gran bel fattaccio. Penso che la mamma trattenne una gran bella risata durante il mio sfogo, ma mi disse “se ti senti così tanto in colpa, perché non chiami la zia al telefono e glielo dici?”

Andai all’ingresso, mia madre digitò per me il numero della zia. Ero talmente in ansia, da farmi venire i crampi allo stomaco. La zia rispose e non le diedi neanche il tempo di finire il “Pronto?” che raccontai con una velocità carburata ad ansia tutta la vicenda, chiedendole di non incolpare mio cugino per la questione dell’imbuto e altre decine di scuse dette così velocemente da farmi mancare il fiato alla fine.

“Ah ma tranquilla, era un vecchio imbuto! Però va bene, grazie per avermelo detto!”

La vicenda si era chiusa con una facilità disarmante e questo mi lasciò un po’ intontita, perché ero convinta che sarei stata sgridata per il mio comportamento. Però, mi sentivo stranamente leggera. Quel peso che mi ero portata dentro per tutta la notte era svanito, non tanto per l’aver rotto l’imbuto, quanto per aver mentito e fatto sgridare qualcun altro al mio posto.

Sorrido pensando alla mini me di tanti anni fa alle prese con le prime bugie, imbuti per travasare il sugo e una coscienza armata della mia più grande amica, l’insonnia, pronta a farmi rimuginare tutta la notte su un imbuto rotto.

Questo aneddoto sarà banale, avrei potuto scegliere qualsiasi altro mini racconto, eppure dopo più di vent’anni ancora lo ricordo come fosse oggi e, come i due proverbi, riesce ancora a insegnarmi qualcosa sull’essere umano e su quanto sia labile il confine tra il giusto e sbagliato con cui tutti abbiamo a che fare ogni tanto. Riflettere su un imbuto rotto non sarà gran cosa, ma proviamo a pensare al significato stesso dei due proverbi di oggi.

Il giuramento per occultare il furto, la malefatta. Giurare significa dare la propria parola, mettere in gioco la propria integrità di persona per garantire che ciò che si dice, si fa o si ha intenzione di fare è mosso da buone intenzioni o è verità. Chi giura, mettendo questi presupposti a mo’ di coperchio su una malefatta, una menzogna o un crimine, seguendo il filo logico del secondo proverbio, avrà a che fare con l’inevitabilità del tempo, che rivela il peccato, la bugia, il furto e chi più ne ha più ne metta scoperchiando un maleodorante ciarpame di coscienza fermentata per il disuso.

Cristina

*traduzione propria

Pubblicato da

Sono nata in Sardegna nel 1995. Armata della mia Olivetti Lettera 25 e di una vecchia Fujifilm analogica, mi appassiono fin da piccola di scrittura e fotografia. Sono laureata in Scienze politiche, Relazioni internazionali e Diritti umani. Nel 2018 mi trasferisco e studio in Polonia presso il Centre for European Studies della Jagiellonian University di Cracovia. Dal 2019 vivo in Giappone e studio presso la Graduate School of Law della Kobe University. Mi occupo di diritto costituzionale e diritti umani, su The Bottom up di politica estera del Centro-Est Europa e Asia.

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