Più morti che vivi. Memorie della deportazione

Luigi piga memorie della deportazione militare internato italiano 1943-1945

Questi sono pochi paragrafi del diario di mio nonno, Luigi Piga, che venne catturato, deportato e detenuto per due anni nel campo di prigionia Stalag IV B a Mühlberg (Germania). Vorrei sottolineare quanto l’azione del capitano e del medico inglese che lo visitò più volte durante il suo internamento, abbia contribuito alla sua salvezza, perché poté riposare in infermeria per alcuni giorni, anche se la sua razione di cibo venne dimezzata, invece di lavorare nello stabilimento industriale di Piesteritz. Pesava meno di 35 kg.

C’è un altro episodio, che cita nelle sue memorie, in cui il medico gli salvò di nuovo la vita, dandogli altri giorni di riposo a causa delle sue condizioni fisiche estreme. La sua professionalità e umanità salvarono Luigi.

Non so il nome del capitano, chi fosse e se sia sopravvissuto, ma un giorno vorrei avere la possibilità di ringraziare almeno la sua famiglia. Grazie a lui, mio nonno sopravvisse e oggi posso essere qui a raccontarvi la sua storia. A destra: foto del suo diario di prigionia.

Per maggiori informazioni sugli IMI (Internati Militari Italiani) puoi consultare il sito web del Museo Vite di IMI.

La storia degli IMI in Italia e all’estero non è ancora completamente documentata. Per questo motivo è fondamentale raccogliere e studiare la loro esperienza, confrontandola con gli eventi storici della Seconda Guerra Mondiale e cercando di capire la tremenda scelta che questi soldati fecero il giorno dell’armistizio, quando rifiutarono di collaborare coi nazisti, che li catturarono e li deportarono in vari campi di concentramento in tutti i territori occupati del Terzo Reich.


Tutte le mie forze erano sparite. Non potevo più mettermi la camicia, ma dovevo comunque presentarmi al lavoro, così erano i miei compagni a vestirmi ogni mattina. Un giorno ci fu ordinato di trasportare delle travi di ferro; erano così pesanti che servivano quattro uomini per ognuna di esse.
Molti di noi erano più morti che vivi. Ero davvero allo stremo delle forze.
Grazie a Dio, due degli italiani del nostro gruppo avevano ancora un po’ di forze e, ogni tanto, riuscivano a rubare qualcosa da mangiare: lo davano a noi. I due si accorsero che non potevo più camminare e gridarono aiuto.

Il capo del dipartimento arrivò poco dopo. Fece subito una telefonata, ma non credo che avesse capito cosa gli avevano detto i miei due compagni.
Perché, poco dopo, arrivò una guardia armata di una spranga di ferro e, senza sentire ragioni, cominciò a picchiare un italiano, poi un altro, fino a raggiungere me. Ci lasciò sofferenti a terra, più morti che vivi.

Per più di un mese, le mie spalle e la mia testa erano nere a causa delle pesanti percosse. Non potei chiedere una visita medica perché avrebbe solo peggiorato la situazione. Tutto questo accadde nei primi giorni del febbraio 1944.

Un giorno riuscimmo a rubare delle rape e, sebbene fossero congelate, le mangiammo. Eravamo così affamati che non ci importava. Ma purtroppo mi venne il mal di stomaco e per dieci giorni fui malato. Nessuno si preoccupò di me, nemmeno quando chiesi loro di aiutarmi a ottenere una visita medica.
Dovevo comunque presentarmi al lavoro. Una mattina, mentre mi recavo al lavoro, incontrai un altro soldato italiano che fumava una sigaretta fatta con forti brandelli italiani. Non mi negò una boccata, ma non appena ebbi finito di inalare, caddi a terra.

Ero troppo debole.

Luigi piga IMI


Solo allora decisero che potevo avere una visita medica.
Anche se le mie condizioni fisiche erano evidenti, mi minacciarono. Mi fecero capire che se il medico non avesse riconosciuto la mia condizione, sarei stato in grossi guai quando sarei tornato al campo.

Potete immaginare come mi sentii mentre mi dirigevo verso l’infermeria.
Quel giorno nevicava e mezzo metro di neve copriva la strada. Avevo con me un piccolo carretto, che dovevo tirare, e cinque chilometri da percorrere a piedi.
Quando arrivai, caddi a terra. Nell’infermeria c’erano più di cento prigionieri di tutte le razze e colori. Ma eravamo tutti nelle stesse condizioni.


Quando venne il mio turno, entrai nella sala delle visite dove incontrai il capitano inglese che mi aveva visitato qualche tempo prima. Questa volta il dottore mi parlò in italiano, mi fece spogliare e mi chiese delle mie condizioni.

Gli risposi con poche parole, dicendogli che sarebbe bastato guardarmi per fare una diagnosi. Infatti, mi fece immediatamente rivestire.
Il mio corpo era solo pelle e ossa. Quando il medico inglese mi fece salire sulla bilancia, l’ago non andò oltre i 35 chili.

Accanto a me c’era un interprete di un altro campo, e non conoscendo ancora i risultati dell’esame, gli chiesi se poteva dare una sbirciatina al registro. Fu gentile, e quando le guardie si rilassarono, riuscì a dare un’occhiata. Sussurrò che il medico mi aveva dato sette giorni di riposo.
Il mio respiro tornò regolare.

Continuavo a pensare a cosa sarebbe successo se l’esito fosse stato diverso, al mio ritorno al campo e a tutte le botte che avrei preso.


Luigi Piga – February 1944

Cristina Piga – January 2021


DI SEGUITO UN ALTRO PASSAGGIO DEL DIARIO DI PRIGIONIA DI LUIGI PIGA

9 pensieri riguardo “Più morti che vivi. Memorie della deportazione

  1. Ciao Cristina e grazie per aver condiviso 🙏 Sono Rebecca’s Light, ho erroneamente chiuso il mio blog e purtroppo ho perso tutti i miei articoli… Casualmente ho conservato solo alcuni testi in cui raccontavo la storia di Anna, personaggio di fantasia e allora ho deciso di ricominciare da lei. Sei il benvenuto, quando vuoi 👋

    Piace a 1 persona

    1. Carissima, mi spiace molto per il blog! 😞 Sono contenta che però hai potuto conservare parte dei tuoi testi! Non vedo l’ora di leggerne di nuovi e ti ringrazio davvero per aver letto questa testimonianza, è davvero importante per me condividerla 🙏

      Piace a 1 persona

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