I colori dell’insonnia

Conobbi la fotografia a 7 anni. Iniziai con la vecchia Fujifilm analogica che rubavo a mio padre, immortalando nuraghi, pozzi sacri, dolmen e natura incontaminata durante le gite con la classe. Portavo poche cose con me, degli snack, dell’acqua e l’immancabile Fujifilm, ancora funzionante, che tenevo rigorosamente attorno al collo. Scattavo foto alle tholos, alle pietre perfettamente incastonate l’una sull’altra, pronte a sorreggere il peso di duemila anni di storia senza sembrarne affaticate. Tornavo a casa, dopo qualche giorno portavo il rullino al negozio “Foto Amica” e aspettavo con ansia di vedere il risultato.

Poi arrivò il digitale, ricordo ancora il giorno che andammo a comprare quella scatola magica argentea che brillava e profumava di nuovo dietro la vetrina del negozio d’informatica. Il mio approccio alle foto cambiò decisamente. Se prima scattavo con meticolosa attenzione quell’unica foto, aspettando di sentirmi a mio agio con la macchina e il soggetto inquadrato, ora non facevo che tentativi su tentativi; provavo e riprovavo finché non ero soddisfatta e cancellavo le foto che non mi convincevano. Avevo circa 14 anni. Con quella Canon conobbi il mio amore per i dettagli, per l’insetto nascosto tra le foglie, per il petalo appesantito dalla goccia di rugiada nel giardino della nonna, per la ruggine sulla cassetta delle lettere e per il dorso in pelle dei libri sullo scaffale.

A 16/17 anni arrivò la prima reflex, una Nikon D5100. Tutto l’esercizio fatto con la Canon, le migliaia di foto accumulate nel corso degli anni, mi sembrò del tutto vano di fronte a quel cubo nero pieno di funzioni, pulsanti e di una pesantezza inaudita. Eppure, inutile dire che me ne innamorai, tanto da darle un nome.

Da due anni circa uso una D7200, ho certamente molto da imparare e seguire un corso di fotografia non mi farebbe affatto male, ma mi rendo conto che anche gli scatti che al momento mi sembrano più insulsi e insignificanti, dopo qualche mese possono rivelarsi genuinamente interessanti, permettendomi di far riaffiorare i ricordi e le emozioni del momento in cui ho immortalato quell’istante e farli esaltare al meglio, anche attraverso la modifica di colori ed esposizione, in post produzione. Sono contraria al ritocco eccessivo, e mai modificherei le forme fisiche per apparire più “piacenti” o “belle”. Mai. Credo che lavorare su luce e colori sia invece la grande possibilità di far emergere sé stessi, e veicolare al meglio il messaggio.

Non sono tutti d’accordo con questa prospettiva, me ne rendo conto, e per alcuni tipi di fotografia mi trovo assolutamente d’accordo, come i ritratti, meno modifiche si fanno, meglio è.

Nel caso che segue, vedrete la stessa foto secondo prospettive cromatiche diverse tra loro. Qui ho voluto parlare delle tante sfaccettature della mia fedele compagna d’avventure, l’insonnia, attraverso i colori. Questi, in estrema sintesi, rappresentano tutte le espressioni emotive che emergono nel buio, incredibilmente luminose e vivaci, perché è proprio in quei momenti di estrema frustrazione fisica per la mancanza di sonno che l’anima sarebbe pronta a scalare l’Everest.

不眠症

Insonnia – ふみんしょう/Fuminshō

Sul mio profilo Flick puoi visualizzare le foto in alta qualità. Cliccando QUI si aprirà un’altra finestra.

Scattate nel giardino del Tenryū-ji, tempio buddhista di Susukinobaba-chō, Ukyō Ward, Kyoto.
Scattate nel giardino del Tenryū-ji, tempio buddhista di Susukinobaba-chō, Ukyō Ward, Kyoto.

A presto,

C.

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