Tramonti zuccherati

Pan di zucchero - A Pinecone Story

Care pigne,

Scattai queste foto alcuni anni fa, in quel di Sardegna e quella grande roccia bianca che vedete emergere fiera dalle acque si chiama Pan di Zucchero. Si trova sulla costa iglesiente, a sud-ovest dell’isola ed è alta 133 metri, il faraglione più alto del Mar Mediterraneo.

Per maggiori informazioni vi consiglio di visitare il sito Sardegna Turismo, sulla pagina Pan di Zucchero e Faraglioni di Masua.

Fin da piccola ho sempre vissuto l’estate provando un grande senso di attesa per un nuovo inizio, di rinascita e di solitudine. Finita la scuola non avrei potuto vedere i miei compagni per circa tre mesi, abitavo in una via in cui non c’erano bambini e mi toccava aspettare con ansia i venerdì, quando la nipote della vicina di casa veniva a trovarla, solo allora avevo qualcuno con cui condividere i dolori alla caviglia inflitti dal monopattino, il sudore sulla fronte dopo 100 salti con la corda sulle grandi lastre di pietra della mia via, in pieno centro storico, e qualche grido di troppo che svegliava qualche vicino ultracentenario. Quando invece ci si trasferiva per un mese in un appartamentino vicino al mare, tra i miei ricordi non vengono fuori i tuffi e i castelli di sabbia, quanto la mia figura di spalle, seduta sulla sedia della cucina a guardare la programmazione rai estiva dei cartoni animati (così scarna e ripetitiva da esasperare una bambina), a un volume talmente basso da dover stare perfettamente immobile per non produrre alcun rumore e poter in qualche modo sentire.

Era l’attesa del divertimento, la noia a scandire il mio tempo.

Cosa ricordo con piacere? Il Polaretto che sfilavo dal freezer in religioso silenzio (con tecniche affinate di giorno in giorno) e che mangiavo seduta su quel piccolo tavolo quadrato di fronte a una TV più vecchia di me, in attesa di andare in spiaggia, abbronzarmi da non riconoscermi una volta tornata a casa e inseguire i pesciolini sott’acqua (lo faccio ancora oggi, non temete, l’unica differenza è il piccolo cubo grigio di telecamera che mi porto dietro per immortalarli).

Insomma, la mia mente viaggia nel tempo e nello spazio, senza neanche rendermi conto che il soggetto delle foto che vi mostro oggi si trovi esattamente dall’altra parte della Sardegna, rispetto al breve scorcio della mia infanzia che avete appena letto.

Care pigne, al prossimo volo pindarico.

C.

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