Di radiografie indesiderate e disagio sociale

Photo by Kevin Laminto via Unsplash

Care Pigne,

Torno a scrivere sul blog, dopo qualche mese di silenzio, con una bella novità e una riflessione da condividere con voi.

A volte, attendere quel preciso secondo in cui pubblicheranno i risultati di ammissione al dottorato cui hai dedicato tutte le tue energie per mesi, diventa un’azione estenuante. Quei secondi che precedono la comparsa di un bollino rosso o verde accanto al tuo nome sono quasi terrificanti e, francamente, ti portano a ripercorrere tutta la tua vita accademica e non, ponderando qualsiasi tua scelta come fatale per il risultato che ancora neanche hai visto.

Insomma, il bollino si è colorato di verde e finalmente tutto quel duro lavoro ha ripagato. Ora devo solo rimboccarmi le maniche, ma, soprattutto, potrò finalmente lavorare sulla ricerca che persino in un cubo di nove metri quadri in Giappone in piena pandemia mi ha permesso di restare sempre motivata, anche nei momenti di profonda negatività e solitudine, per questo non do nulla per scontato, neanche la serenità di poter dire “voglio percorrere questa strada”, la MIA strada.

Dove mi porta questa strada? Cracovia, a studiare le costituzioni e la tutela dei diritti fondamentali. Per ora sono ancora in Italia, i corsi si tengono online e posso continuare a conquistare il mio piccolo pezzetto di mondo dalla mia scrivania.

Riflessioni che rotolano

In questi giorni mi è capitato, tuttavia, di riflettere quanto per me fosse facile camminare per strada nelle pulite vie giapponesi e nelle fredde stradine polacche (ho vissuto in Polonia per un anno prima di partire in Giappone), e quanto invece mi sia difficile non sentire un profondo disagio mentale e fisico quando metto il piede fuori qui in Italia. Mi sento addosso gli sguardi di uomini che si sentono autorizzati a farmi radiografie non richieste, dalla testa ai piedi, scrutando chissà quale meandro della mia anima, talmente forte è l’insistenza di quegli sguardi che se fossimo in un manga si sarebbero già ritrovati con un grosso martello pesante quintali sulla fronte (qualsiasi riferimento a City Hunter è puramente intenzionale), senza però quella leggerezza data dalla battuta, ma dalla stanchezza di sentirmi costantemente osservata, qualsiasi cosa io faccia, qualsiasi cosa io indossi (come se potesse essere una giustificazione).

Quando abitavo in un’altra regione, una costante erano commenti razzisti verso persone di colore, soprattutto uomini, additati come sporchi, invasori etc, con l’elenco che diventava sempre più fantasioso. Ma chi mi fermava per strada commentando il mio aspetto fisico, chi fischiava quando mi vedeva camminare da sola, chi si fermava per strada guidando il proprio furgoncino bianco coi finestrini oscurati invitandomi a sposarlo, e via dicendo, erano italianissimi uomini bianchi. Uscire di casa da sola mi portava a scrutare ogni capo che avevo nell’armadio, portandomi a pensare se quella particolare camicia fosse troppo trasparente, se quel pantalone troppo attillato sui glutei, impiegando ore prima di uscire o decidendo di non uscire affatto.

Come è possibile vivere in pace col proprio corpo, con se stesse, in questo modo? Se anche andare a far la spesa diventa un’operazione estenuante in cui cerchi di passare del tutto inosservata con la speranza che non si accorgano della tua presenza?

Qualcuno di voi avrà notato che faccio uso del termine estenuante con due accezioni profondamente diverse tra loro. Beh, preferisco di gran lunga la prima opzione.

Fatemi sapere la vostra con un commento. Alla prossima!

C.

Foto in evidenza di Kevin Laminto, via Unsplash.

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